Abandoned orphanage
March 2011
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Sono tornato dopo un anno alla Marcigliana. E' sempre un posto estremamente affascinante, spettrale. In un anno non è cambiato quasi nulla. Qualche bel murales in più, e un po' di erbacce di meno. Non ci sono più le palme che adornavano il viale, tagliate dopo essere state uccise dal punteruolo rosso.
Stavolta ho voluto indagare più a fondo per capire cosa fosse questa struttura prima di cadere in abbandono. Su internet la teoria più accreditata è che si trattasse di un orfanotrofio o di un manicomio.
La teoria manicomio è la più gettonata, ma semplicemente perchè è molto più intrigante. Su youtube ci sono una serie di filmati adolescenziali che mostrano esplorazioni a caccia di fantasmi e spiriti tra queste mura (con Profondo Rosso dei Goblin in sottofondo: è immancabile, come immaginare una convention aziendale senza We are the champions dei Queen. Dio della banalità abbi pietà di noi)
Non ho trovato nessuna certezza (come mi piace che sia per questi posti dove non devono esserci certezze: la verità te la devi ricostruire tu, da tanti tasselli, senza mai essere sicuro di averla colta in pieno).
Ma ho fatto alcune deduzioni.

La toponomastica
La strada dove si trova l'edificio è un tratto brevissimo, a fondo cieco (finisce davanti all'edificio) e si chiama Via Bartolomea Capitanio. Visto che, quindi, la strada esiste solo in funzione di questo edificio, ho pensato potesse esserci un collegamento.
Chi era Bartolomea Capitanio ?
Ce lo svela
questo sito: una santa nata nel 1807 e morta nel 1833. Nella sua biografia si legge “Ricca di doni e naturalmente espansiva, Bartolomea non tardò a volgere la sua attenzione a un altro campo di apostolato, quello della gioventù femminile, tra la quale le idee della Rivoluzione avevano lasciato segni evidenti di rovine o almeno di disorientamento morale. Sorse così l'oratorio con cappella, regolamenti ed istruzioni e la Congregazione col titolo di Maria Bambina.” (certo, idee come libertà, uguaglianza e fraternità andavano prontamente corrette ed estirpate dalla gioventù femminile – perchè “oratorio con cappella” mi fa pensare ad Amici Miei ?!).
Nel 1832, Bartolomea fonda un Istituto dove era presente una scuola gratuita per le figlie del popolo e un orfanotrofio.

Una testimonianza
In un giornale locale (La Voce del Municipio:
il pdf può essere scaricato qui) a pagina 10 c'è la testimonianza di una anziana signora che era stata ospite di questo orfanotrofio da bambina. E ricorda anche che nel 1973 era diventato un Istituto geriatrico che sarebbe stato chiuso poco dopo.

Una possibile data di apertura
La scheda biografica del Senatore Carlo Scotti (1863 - 1940) presente sul sito del Senato riporta tra le sue opere: “Fondatore dell'"Orfanotrofio femminile di Roma" tenuta Bufalotta (28 ottobre 1933)”. Possibile che sia lui ?

Insomma, in una via dedicata a una santa che si occupava di gioventù femminile (la toponomastica non le rende giustizia: nella via non è santa, ma solo Bartolomea) c'è solo questo enorme edificio. Nel 1933 un senatore fonda un orfanotrofio femminile nella tenuta Bufalotta (la zona dove si trova l'edificio). E una signora dice di essere stata ospite di questo orfanotrofio da bambina.
Mi dispiace per chi si sentirà spogliato del fascino molto più tetro che avrebbe avuto come manicomio, ma direi che è quasi sicuro si trattasse di un orfanotrofio. Trasformato poi in istituto geriatrico (meno tetri entrambi, ma non molto più allegri).

La tesi della trasformazione in istituto geriatrico è altresì avvalorata da una scena di un vecchio film che ha proprio questo posto come location. Nel film “
I nuovi mostri” , (di Risi, Monicelli e Scola) del 1977, nell'episodio “Come una regina”, Alberto Sordi abbandona l'anziana madre in un ospizio. Tale ospizio è proprio il nostro edificio (fonte Il Davinotti). Ancora Il Davinotti riconosce l'edificio come location di una scena de “La banda del gobbo” (Umberto Lenzi) sempre del 1977.

Quindi sino al 1977 l'edificio era utilizzato, o quanto meno in buono stato di conservazione. Non mi è stato possibile scoprire quando sia stato chiuso definitivamente.

Dei pochi locali di cui si riesce a dedurre l'originaria destinazione, merita una citazione particolare la cappella (immancabile in un luogo simile). Ci sono ancora
l'abbozzo in mattoni dell'altare e alcuni fregi in marmo. Macchie nere sulle pareti dimostrano l'impegno a cancellare scritte e simboli satanici (che si può fare nella cappella abbandonata di un posto simile, se non delle belle messe nere ?). Sempre nella cappella una persona con i piedi per terra ha scritto su un muro “A satana, mavaffanculo”: ogni tanto un barlume di ironica intelligenza pervade il genere umano. Su uno spuntone di marmo, invece, un'altra mano (o forse la stessa) ha vergato una semplice frase che riassume, a mio modesto parere, l'essenza dell'esistenza: “Nulla ti fa e tutto ti distrugge”. E' bello trovare su un muro la Verità.

C'è poi
la stanza delle scritte dei bimbi (“Perchè non mi fanno uscire ? Mamma dove sei ? Perchè m'hanno punito ? Etc. etc.). Dei fake evidenti, ma di sicuro effetto.

Girarci dentro e pensare alla vita che c'è passata in tanti anni, fa un po' impressione. L'idea che un orfanotrofio fosse edificato in un posto così isolato dal mondo (lo è ancora adesso, figuriamoci nel 1933) la dice lunga sulla necessità di controllo, indottrinamento e di difesa dal mondo che le linee educative dettavano. L'orfano è un diverso, una mente da plagiare e indottrinare, e l'isolamento (anche fisico) è strumento utilissimo. Non a caso nei Lebensborn di Himmler i bambini venivano prontamente sottratti alle madri e non conoscevano mai il padre SS. L'educazione era solo ed esclusivamente la dottrina e nulla (meno che meno il sentimento materno) doveva introdurre il minimo disturbo.
Ma forse queste sono soltanto mie sciocche idee, e in realtà nell'orfanotrofio si stava benissimo.

Un aneddoto finale: siamo appena arrivati e stiamo visitando il piano terra quando incontriamo il Geometra e il suo Aiutante.
Il Geometra è un distinto signore coi capelli bianchi che indossa un caschetto giallo da cantiere. Porta in mano una stecca graduata e va misurando questo e quello.
L'Aiutante è un ragazzo giovane con una Nikon a tracolla.
Ci vedono e il Geometra chiede “Chi siete ?” e noi “Due fotografi”.
Il Geometra “Ah, bene. Mi hanno detto che qui si possono incontrare persone poco raccomandabili” (porca miseria, l'avessi saputo gli avrei risposto “Siamo due fotografi poco raccomandabili”: che occasione persa !).
Per salire ai piani superiori ci sono due scale: una ha un tratto completamente divelto e l'altra è invece in condizioni migliori. Il Geometra e l'Aiutante, protetti da Nikon ed elmetto giallo, sfidano il cavalcone di legno pericolante che giunta le due parti rotte della scala malmessa, e noi invece saliamo più prosaicamente con la scala sana.
Dopo un po' li rincontriamo e mi azzardo a chiedere “Ma come mai questi rilievi ? C'è un progetto di recupero ?” e il Geometra “Si, c'è un progetto di riportare questo posto a quello che era prima”. Preso dalla curiosità sul passato del posto chiedo “Ah si ? Quindi ci sa dire cosa c'era prima tra queste mura ? “ e il Geometra “No, non ne ho idea”. Lo salutiamo, non senza raccomandargli di scendere per la scala buona, senza sfidare due volte la fortuna nel giro di due ore.

Alla fine della visita stiamo salendo in macchina e arriva Cesare. Cesare è il “guardiano” delle rovine. Sembra che abiti lì e chiede una “tassa” ai visitatori: una ventina di euro ai combattenti che ci vanno a giocare a softair, una quarantina agli artisti (noi siamo la seconda categoria, seppur immeritatamente). Stavolta gli è andata male, siamo in partenza e ormai i soldi non ce li può chiedere. Quindi ci saluta cordialmente e torna alle sue faccende.



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